Giovani, cronaca di una generazione in sospeso
di Samantha Merlo
In Italia, oggi, essere giovani non è una condizione anagrafica, ma una prova di resistenza. Lo studio Eurispes “Capitale umano in movimento”, di cui parlano le principali testate giornalistiche del Paese, delinea un quadro in cui la precarietà non è più un passaggio, ma un destino che consuma i giorni e le ambizioni di un’intera generazione.
Una cronaca di fatiche che iniziano con la ricerca di un lavoro, con un tasso di disoccupazione che sfiora il 21% e che si scontra con il muro della precarietà. Si fatica a essere stabilizzati, intrappolati talvolta in contratti pirata che rubano il futuro. Per troppo tempo l’Italia è stata il “Paese degli stagisti”, un luogo in cui l’entusiasmo dei vent’anni viene spento da tirocini infiniti e contratti atipici che impediscono ogni pianificazione.
Un’instabilità che non è solo un numero in un rapporto, ma che spinge le nuove generazioni a cercare altrove la stabilità. Senza un contratto vero, uscire dalla casa dei genitori diventa un atto di equilibrismo impossibile, che porta a rimandare ogni scelta. Si fatica a costruire una famiglia: non importa quale famiglia, ma quando poterla costruire. Solo dopo anni di precarietà si raggiunge una parvenza di sicurezza, ma spesso l’orologio biologico ha già corso troppo, consegnandoci un tasso di fecondità al minimo storico di 1,18 figli per donna.
A rendere tutto più amaro c’è l’ombra del dumping contrattuale. È un furto di dignità che si traveste da flessibilità, un attacco che colpisce in modo ancora più aggressivo giovani e donne, derubando lavoratrici e lavoratori fino al 20% o 40% del salario che spetterebbe loro. È un sistema che condanna oggi alla povertà e domani alla povertà previdenziale, con ripercussioni sociali preoccupanti.
L’Italia soffre di un’arretratezza culturale che ancora non comprende che lavoro e vita devono respirare insieme. Non riusciamo ad affermare un congedo parentale paritario, restando ancorati a modelli del secolo scorso che sovraccaricano le donne, allontanano i padri e spingono le giovani generazioni a cercare altrove equità.
Tutto questo accade mentre il mondo delle imprese sembra aver smarrito la propria bussola umana, piegato ai dettami della finanza e della redditività immediata, dimenticando di valorizzare l’unica vera ricchezza che possiede: le lavoratrici e i lavoratori.
Non possiamo accettare l’immagine di un “capitale umano” in fuga. Questo è il Paese delle giovani vite che contano: è tempo di dire basta e di tracciare una via d’uscita che rimetta al centro la dignità del lavoro.
C’è bisogno di un’istruzione che sia scudo e bussola: scudo contro la dispersione scolastica crescente (un esercito di Neet che sfiora il 22%) e bussola affinché nessuna giovane e nessun giovane debba più sentirsi “sprecato” in ruoli sottoqualificati.
Basta con l’illusione del lavoro “per imparare”, che nasconde solo sfruttamento. Le vite che contano hanno bisogno di garanzie sulle prospettive di carriera, di salari dignitosi che onorino l’articolo 36 della Costituzione.
Dobbiamo dichiarare guerra al dumping contrattuale, quel furto di vita che rende incerto ogni futuro.
Non possiamo più essere l’anomalia d’Europa.
Non vogliamo più essere il Paese della gioventù sospesa! Perché ogni vita conta e il tempo per dimostrarlo è adesso!

